San Francesco e il Sultano: dallo scontro all’incontro

All’interno della XV Fiera di San Pancrazio si è svolto l’incontro con Padre Marco Finco, direttore del centro culturale francescano Rosetum di Milano, che ha presentato la figura di San Francesco a partire dal suo viaggio in Oriente nel 1219, evento ben approfondito nella mostra “Francesco e il Sultano- Incontro sull’altra riva”. In un contesto di scontri, dove non c’è disponibilità all’ascolto reciproco, Francesco decide di partire per la Terra Santa con un solo scopo: convertire il sultano.

Un viaggio che la gente del suo tempo reputa folle, il cui esito appare la morte certa, eppure Francesco parte al seguito della quinta crociata per l’Oriente; non è in polemica con la mentalità del suo tempo, non si oppone a chi ha scelto la via della violenza per far valere le sue ragioni, cammina con loro, semplicemente mostra un’altra strada.

Il viaggio di Francesco non è però un cammino solitario. La comunità francescana è già presente in Oriente e dei missionari sono già partiti per annunciare il Vangelo, ma la spedizione non ha avuto buon esito: essi sono stati torturati perché rinnegassero la propria fede e davanti al loro rifiuto uccisi. I loro corpi sono stati rinviati a pezzi in Occidente. Non sappiamo come Francesco reagisca a quest’evento. Cosa lo spinge a partire? È la volontà del cavaliere che era stato in gioventù, il cavaliere che voleva primeggiare in battaglia? Il non voler essere “da meno” rispetto ai confratelli? Il senso di colpa per essere in vita, mentre gli altri l’hanno perduta? La volontà di servizio, il voler portare l’Annuncio nonostante le avversità? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che Francesco voleva primeggiare in ogni attività della vita: prima della conversione era “il re delle feste d’Assisi”, poi il ricco figlio di mercante che aveva scelto la battaglia, il nobile cavalierato per avere l’ammirazione e il successo fra la gente e infine lo sposo di Madonna Povertà, fra digiuno, preghiera e servizio ai lebbrosi. Un uomo senza mezze misure e così è stato anche nella predicazione.

I contemporanei videro il viaggio in Oriente di Francesco come un cammino verso il martirio, erano certi della sua morte, ma giunto in Egitto, durante le prime predicazioni ai Musulmani, alle percosse che riceve, Francesco risponde sempre con le parole “Soldan, soldan”, finché non ottiene udienza dal Sultano. Non reagisce alla violenza con la violenza o la fuga, ma con una semplice richiesta d’incontro e alla fine lo ottiene.

Il sultano Malek el-Kamel è un uomo curioso, disposto all’ascolto, ma non si converte come voleva Francesco. Il suo viaggio non dà i frutti sperati dal frate d’Assisi. Ne dà altri, sul breve e sul lungo termine.

Il primo è il fatto che il sultano non gli usa violenza, riconosce in lui un uomo degno di stima, non un nemico e lo fa scortare incolume all’accampamento dell’esercito cristiano.

Il secondo è che lo tratta come un ospite e lo ricolma di regali. Francesco li rifiuta tutti, tranne uno, un corno per richiamare le genti musulmane, l’equivalente delle campane nel mondo cristiano. È un dono di libertà: il sultano dona a Francesco la libertà di portare il suo annuncio e al suo popolo la libertà di ascoltare e potersi fare una propria opinione su quanto detto. Una libertà che in molti paesi del mondo, in Oriente come in Occidente, anche oggi non è concessa, poiché i potenti, certo con mezzi diversi, limitano o condizionano la libertà di pensiero.

Infine, l’ultimo dono, è la concessione da parte del sultano all’imperatore Federico II di un accordo di pace che cederà per dieci anni ai cristiani Gerusalemme e altri luoghi significativi della Terra Santa.

Tuttavia i frutti di quel lontano incontro, permangono ancora oggi nella presenza francescana in Terra Santa, a volte accolta con tante restrizioni, a volte con maggiore libertà, ma sempre presente. Lo stesso Francesco aveva indicato ai confratelli due modi diversi di testimoniare: annunciare il Vangelo ai popoli, oppure, vivere senza liti o dispute, testimoniando la mitezza che è propria di Cristo, e affermando di essere cristiani. In questo caso non è la forza di quanto dici a portare Cristo nel mondo, ma la forza di ciò che sei, una forza che in modo imperscrutabile entra nei cuori delle persone, trasformandole, creando un’armonia di anime che si estende nel tempo e nello spazio, dai primi francescani che trovarono il martirio in Oriente, fino ai frati che oggi aprono scuole e portano aiuti ai più poveri della Terra Santa, creando un coro di anime che risuona forte e chiaro, non in una favolistica armonia data dalla mancanza di conflitti, disaccordi o tensioni, ma dalla consapevolezza che la Chiesa, nei suoi limiti e nelle sue fragilità, opera in comunione con Cristo per l’Avvento del Bene.

Simona Bramanti

XV FIERA DI SAN PANCRAZIO

 “L’opera nostra non è solo nostra.

Sapere, e dire, da dove viene bisogna.

Non siamo mai soli. Siamo coro.”

(Gio Ponti)

Il titolo della XV Fiera di San Pancrazio è tratto da un testo teatrale, “IL CORO”, scritto da Gio Ponti, architetto e designer italiano, nel 1944, quando le bombe cadevano su Milano.

Un coro di voci: uomini, o meglio, operai, contadini, borghesi, soldati, migranti, medici, e donne, spose, madri, maestre, suore, e fanciulli.

In una città con cumuli di macerie, un coro di voci invita il popolo a risollevarsi dalle ferite materiali e morali verso un processo di costruzione dove il singolo fa la sua parte, unica e imprescindibile, all’insegna di uno spirito di collaborazione per il bene comune.

“La personalità non è fatta di solitudini e improvvisazioni… E’ la storia della nostra vita. Deve aver dentro tutto, e tutti”, dice Gio Ponti.

Anche l’artista, allora, non si chiude in una torre d’avorio, ma si fa carico del bisogno della città e dà il suo contributo al pensare e all’agire corale.

Crediamo che questo testo sia fortemente attuale, dopo la pandemia non ancora risolta e il drammatico riaccendersi di scontri militari nella nostra Europa che credevamo non avrebbe più rivisto gli orrori della guerra.

Il messaggio che desideriamo comunicare attraverso l’immagine del coro rimanda alle parole pronunciate da Papa Francesco alla nostra società sempre più individualista:  “Nessuno si salva da solo”.

Parole molto simili ad un  verso del poeta Giovanni Giudici, milanese di adozione, che nella prima raccolta “La vita in versi” del 1965, alla Milano del miracolo economico, con il medesimo senso di collettività, richiamava:  “è impossibile salvarsi da soli”.

Il testo di Gio Ponti ci esorta alla solidarietà e alla collaborazione corale sia nei momenti eccezionali, sia nella quotidianità che viene rappresentata sulla scena da voci diverse, ma solidali.

“ Il coro si intenerisce e conclude al pensiero dell’infanzia” …  “Essi ci salvano, i bimbi, i soli innocenti. Noi li corrompiamo nella nostra contaminazione: la <nostra>  strage degli innocenti. Ma altri fanciulli vengono alla luce, l’umanità è sempre ridente. Sempre fra le nostre voci – roche, affaticate, vecchie, dure, stanche, sfinite – è una voce pura, fresca, limpida.”

Vedano Olona, 23.04.2022                                               Giulia Adamoli