100 vedanesi visitano l’Abbazia di Morimondo

Bellezza e semplicità.

Ecco il binomio che ha caratterizzato la visita compiuta la scorsa domenica 28 febbraio presso l’abbazia S. Maria di Morimondo, alla scoperta di un luogo, in cui ogni scelta architettonica, ogni elemento decorativo, ogni particolare stilistico è pensato e realizzato con un preciso fine simbolico e con lo sguardo rivolto costantemente verso Dio. Tutto ciò che appare agli occhi del monaco, è concepito per accompagnarlo quotidianamente nel percorso di una scelta di vita regolata da preghiera, lavoro, studio. La vita comunitaria dei monaci doveva ricalcare l’esempio evangelico e così anche gli spazi di vita e preghiera comune erano pensati e creati per ribadire questa conformità.

L’abbazia di S. Maria di Morimondo è un’abbazia cistercense, situata a pochi chilometri da Milano, al confine con il territorio di Pavia. Le origini della sua storia sono da ricercarsi in epoca medievale: il giorno 4 ottobre 1134 un gruppo di monaci fondatori, provenienti dalla casa-madre di Morimond, in Francia, ospitato inizialmente a Coronate, sceglie il luogo per la costruzione del monastero e vi si trasferisce l’11 novembre 1136, molto probabilmente nel cenobio, che a quell’epoca si ipotizza essere già stato parzialmente costruito e reso abitabile. Come indicato nei consuetudinari cistercensi, anche a Morimondo la prima comunità era costituita da dodici monaci alla guida di un abate: chiaro rimando alla prima comunità cristiana composta dai dodici apostoli sotto la guida di Gesù.

L’edificazione della chiesa, intralciata da numerose traversie amministrative inizia nel 1182, per terminare ben più di cent’anni dopo, nel 1296. Lo stile dell’edificio sacro si connota già verso il gotico, per la precisione gotico lombardo, con l’utilizzo della volta a crociera ogivale. La struttura presenta otto campate, conferendo a Morimondo una maestosità che la contraddistingue rispetto ad altre chiese abbaziali più piccole; nella navata centrale le volte a crociera sono a base rettangolare, ad ognuna delle quali corrispondono campate laterali quadrate. La scelta dei mattoni a vista dona alla struttura una bellezza maestosa, pur nella sua estrema semplicità. L’asimmetria e la diversità caratterizzano tutti gli elementi strutturali dell’edificio: le colonne coi loro basamenti, i capitelli, le costole delle volte a crociera, non tutti uguali e simmetrici fra loro, ricordano al monaco ed al fedele che li osserva quanto la realtà dell’uomo sia imperfetta, ma nello stesso tempo dimostrano che, nonostante la diversità dei singoli elementi e dei singoli particolari architettonici e decorativi, l’insieme crei la realtà di un corpo imponente e splendido. Ecco il richiamo ad un insieme di individui diversi e unici fra loro, chiamati a costituire un’unica Chiesa unita nell’amore verso Dio.

Il coro ligneo, luogo di orazione, pur essendo un’opera rinascimentale (fu realizzato nel 1522) si inserisce perfettamente nello spirito della chiesa abbaziale, con le sue incisioni rappresentanti valori spirituali e simboli di preghiera.

Tutto il corpo del monastero è edificato su più piani a ridosso di un avvallamento.

Ogni ambiente ha una precisa e studiata collocazione, dettata dallo scopo ad esso destinato, in base ad uno schema tradizionale e costante. La sala capitolare, per esempio, è posta sul lato est, il lato della virtù del “disprezzo di sé” che ricorda al monaco di non chiudersi in se stesso confidando unicamente sulle proprie forze. Vi si accede scendendo tre gradini rispetto al livello del chiostro, a voler significare la necessità di spogliarsi di sentimenti di superbia e troppa stima di sé. Secondo luogo più importante dopo la chiesa, la sala capitolare accoglieva i monaci per essere istruiti dall’abate, per leggere i capitoli della Regola, qui venivano eletti i nuovi abati, venivano ammessi i candidati al noviziato, veniva decisa la fondazione di una nuova abbazia e si compiva la confessione pubblica dei peccati commessi contro la Regola.

Sul lato ovest, rivolto verso l’alba, il lato della virtù dell’amore verso il prossimo, trovano collocazione ambienti che avevano contatto con l’esterno, per l’accoglienza ai pellegrini e agli infermi, mentre il lato nord, quello che ricorda la virtù dell’amore per Dio, accoglie il sedile della lectio, dove i monaci si dedicavano al raccoglimento, alla meditazione e alla preghiera.

La vita del monaco non era occupata solo dalla preghiera e dall’attenzione al prossimo, ma anche dal lavoro, sotto-forma di studio e di attività agricola. Luogo di fondamentale importanza per la vita del monastero era lo scriptorium. Qui trovava occupazione chi era esperto nella lunga e laboriosa preparazione delle pergamene, utili per la realizzazione dei preziosi codici, a cui si dedicavano gli amanuensi e i miniatori. Anche nella particolare arte della trascrizione di testi sacri e liturgici, lo stile cistercense è caratterizzato da una redazione severa, leggibile, con decorazioni sobrie, ancora una volta in perfetta coerenza con l’ideale incarnato nella Regola monastica.

Alle esigenze quotidiane in costante crescita, in concomitanza con l’ingrandirsi del monastero e con l’incremento del numero dei monaci, si faceva fronte grazie alla presenza delle cosiddette grange o aziende agricole, connotate da una particolare struttura organizzativa, che si diffuse nella pianura padana, proprio grazie al lavoro dei cistercensi.

Dopo la visita al monastero, di ritorno nella chiesa abbaziale è d’obbligo soffermarsi davanti ad uno dei pochi affreschi presenti a Morimondo: “Madonna con bambino e san Giovannino tra i santi Benedetto e Bernardo” della Scuola di Bernardino Luini, datato 1515. Esso si inserisce nel ciclo di opere che caratterizzano l’evoluzione artistica a Morimondo del periodo rinascimentale. L’affresco era situato nel chiostro a fianco della porta della chiesa, ora si può ammirare nel transetto destro a fianco della scala del dormitorio. Simbolo della devozione mariana dei cistercensi, che dedicano alla Madre di Dio tutte le loro chiese, considerandola modello per eccellenza del contemplativo e canale diretto che unisce gli uomini a Dio, esso rappresenta, oltre a Maria col bambino, anche Benedetto e Bernardo, figure cardine nella storia e nell’esperienza del monachesimo cistercense; nella parte più bassa dell’affresco, sono simbolicamente rappresentate le quattro virtù cardinali.

Il nostro cammino si conclude qui.

Tutta l’architettura cistercense è espressione della spiritualità dell’ordine. Nella bellezza delle linee essenziali troviamo il rimando al rigore che contraddistingue la vita del monaco. La chiesa abbaziale come il complesso monastico si presentano come un libro aperto, in cui rapporti geometrici, simboli, proporzioni e scelte architettoniche si sono fatti strumenti che permettono di volgere la mente e l’anima a Dio. Il richiamo al Vangelo e all’attenzione della Regola monastica trasudavano da ogni pietra e da ogni spazio, in questo luogo, che potremmo definire “casa di Dio e dell’uomo”.

Vedano Olona, 6.03.2016

Sarah Q.

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